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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


26 agosto 2014

Allons enfants

Solo per dire quant’è grande la confusione sotto al cielo persino sull’austero Corriere della Sera. A proposito della crisi di governo francese, oggi Polito in prima pagina considera Montebourg il testimone della solita sinistra socialdemocratica, tutta deficit e tasse, proprio mentre il governo Hollande sarebbe impegnato nella realizzazione delle fondamentali riforme liberali, strutturali, ecc. senza le quali ormai non si parla più di politica: “Lei sta facendo riforme strutturali e/o liberali? No? Allora stia zitto e faccia il vetero comunista, lì, in un angolo!”. Jean-Marie Colombani, appena due pagine dopo, critica l’atteggiamento della sinistra (sempre Montebourg e Filippetti), che preferirebbe la demagogia della opposizione alla responsabilità di governo; di Hollande invece dice che “la sua linea politica dovrebbe poter contare sulla frazione riformista del partito socialista, ma anche sul centrosinistra e sul centrodestra. Questa politica, detta socialdemocratica” (sic!), perché “cerca soluzioni per due emergenze, il risanamento dei conti pubblici e il rilancio della competitività delle imprese allo scopo di creare nuova occupazione, potrebbe essere l’oggetto di un programma di governo di due anni, con l’appoggio di una grande coalizione”. Colombani, tuttavia, si dimostra pessimista sull’esito, e ritiene che alla fine Hollande dovrà contentarsi di un riordino generale del paese (le famose riforme) sperando che almeno porti i suoi frutti. Almeno.

Dunque è un ‘socialdemocratico’ Montebourg perché vorrebbe tornare all’età dell’oro socialdemocratica fatta di deficit e di tasse (Polito). Ma lo è pure Hollande, perché dovrebbe intraprendere un piano di risanamento dei conti e anche di rilancio del sistema industriale (Colombani). Così come, d’altronde, è un ‘renziano’ Valls e lo è per certi media anche Montebourg, che invoca una reazione all’austerità merkeliana similmente al premier italiano. Persino Hollande vorrebbe fare come Renzi, anche se non può certo inimicarsi la Merkel (dice Polito). E d'altra parte le riforme sono l’unica panacea post-socialdemocratica della sinistra (Polito, ancora) ma rappresentano il confine stretto in cui si muove Hollande, che dovrebbe essere invece un tantino più socialdemocratico (Colombani, appunto). E magari pure più renziano. O più liberale. O più ‘riformista’. O di centro, e perché non anche di sinistra. Una specie di Che Guevara dei conti pubblici: la rivoluzione riformista, e via con gli ossimori. La confusione, dunque, è sì nelle parole (che cosa vuol dire ‘socialdemocratico’ oggi? Che cosa sono le ‘riforme’? Che ne resta della politica da quando è ostaggio della comunicazione?) ma ancor più nella pratica, nelle scelte quotidiane o di lunga lena, e persino nei media, nei commenti che ospitano, nelle oscillazioni continue di senso e di significato dei termini e dei concetti, nell’uso facilone che si fa delle parole e dei concetti stessi, e nell’uso facilone che si fa, soprattutto, della politica. Nell’idea che vi siano alcune parole o termini chiave stagionali da sondare e consumare sino in fondo (crescita, riforme, rottamazione, nuovo) solo perché la povertà dei pensieri è sempre più abissale e non è in grado di produrre vere e utili argomentazioni.

C'è oggi una specie di demagogia del pensiero che è peggiore di quella politica. È per questo che si salta da un carro all’altro, perché si ritiene che la politica si riduca a quei carri, che la politica sia solo dei vincenti, che il compito dei luogotenenti sia quello di ripetere a pappardella le formule del Capo, che si sia nel diritto di cambiare opinione se si ritiene che sia ora quella vincente, e che il resto siano solo dei gufi, degli schifosi uccelli del malaugurio o dei vecchi sfigati a cui non è più giusto concedere alcuna chance. Visto che non hanno colto l’opportunità vera generosamente offerta, ossia saltare sul carro e finire per premio sulle copertine di ‘Chi’.

 


14 luglio 2014

Lo specchio rovesciato

Ma non era Mineo il problema? Il sabotatore Mineo, il traditore Mineo, il ricco Mineo? Allo stato attuale parrebbe proprio di no. Il problema sarebbe un altro, in realtà, e riguarderebbe adesso il metodo di elezione dei senatori, secondo uno schema deciso (dice il Corriere) in un incontro tra Forza Italia e Governo e riproposto nel testo di legge all’esame della Commissione. La norma in discussione prevede un’elezione col metodo proporzionale (art. 2), ma con il rispetto dei rapporti di forza già presenti all’interno dei consigli regionali. Non sarebbe la proporzionalità dei voti a fissare le quote dei senatori, ma queste ultime dovrebbero invece essere espressione delle rappresentanze regionali. Si scatterebbe, in sostanza, una specie di istantanea del Consiglio stesso, tale da prefissare (proporzionalmente) le quote elettive di ogni singolo raggruppamento in corsa.

Non basta. Sul sito del Corriere leggo che la norma transitoria prevede pure le liste bloccate. Così che il voto dei consiglieri regionali non solo è costretto in quote proporzionali prefissate, ma è ulteriormente compresso da nominativi già indicati dai capigruppo e, ancor più su, dai vertici di partito locali e nazionali: Renzi e Berlusconi insomma. Come dire: dal Patto del Nazareno al Patto del Nazareno passando per un Senato ingessato nelle quote e nelle liste bloccate. Altro che nominati, questi sono scelti a intuitu personae: per fedeltà, perché hanno famiglia, perché hanno un mutuo, perché il tenore di vita è molto alto e non basterebbe un lavoretto da impiegato a soddisfarlo.

Se permanesse questo schema forzista-renziano, figlio del Patto del Nazareno, non sarà più l’assemblea elettiva a fotografare come d’obbligo la società e le sue proporzionate opinioni, ma queste ultime a riflettere le quote elettive (nomi compresi) fissate dai vertici locali e nazionali dei partiti. Un ribaltamento dello specchio, un vero cambio verso, non c’è che dire. Per di più con il consenso plebiscitario degli elettori stessi. Che conteranno sempre meno, apparendone persino lieti stando ai sondaggi. Vedo già i commenti: basta con questo Senato di chiacchieroni, il lavoro è il vero problema! Ecco, oggi la democrazia è diventata un problema (non più una risorsa). Ve li meritate i leader mascellari. Altro che.


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14 luglio 2014

La sineddoche renziana

La domanda è: giocare al doppio (o triplo forno) è la stessa cosa che lavorare a un patto unitario, istituzionale, davvero coinvolgente e paritario per tutti? Me lo chiedo perché, quando si accenna al ‘patto’ Renzi-Berlusconi, si risponde sempre: le riforme istituzionali si fanno anche con l’opposizione. Che sarebbe anche corretto se la locuzione “farle con l’opposizione” non significasse, di fatto, mettersi al centro dello schieramento per giocare di sponda o a rimpiattino con le altre forze politiche. I due ( o tre) forni, appunto. O la scelta di fare le riforme assieme adotta il metodo del grande dibattito politico-istituzionale attorno a un progetto emendabile, oppure è solo manovra politica, tatticismo, una sorta di domino per assicurarsi un predominio duraturo. Non è differenza di poco conto. Per usare il linguaggio renziano: o si tenta un selfie generale, oppure si fanno tante fotografie distinte e le si pone in competizione tra loro (pur preferendo quella del Nazareno). Non che la ‘competizione’ debba scomparire, pur all’interno di una vasta discussione unitaria. Ma che si utilizzi un forno contro l’altro, chiamando questa pratica “fare le riforme con l’opposizione”, appare davvero una furbizia retorica.

Per di più, uno dei due (o tre) forni appare decisamente avvantaggiato rispetto all’altro. C’è un patto così stretto (e segreto) con Berlusconi da far pensare che quello sia l’unico forno crepitante del fornarino Renzi. E il resto sia schermaglia, noiosa questione da dirimere al più presto per sgomberare il campo. Ora, è chiaro che Grillo vuole inserirsi come un cuneo in quel patto, per rompere le uova nel paniere del premier. Ma è pur vero che definire l’accordo con l’ex Cavaliere come “accordo unitario per le riforme” appare un’esagerazione. Una specie di sineddoche, dove la parte (Forza Italia) è chiamata a indicare il tutto (il sistema politico istituzionale italiano nella sua interezza, ossia maggioranza più opposizione); col risultato di tante parti (forni) che rimbalzano l’una sull’altro, tipo le macchine a scontro dei Luna Park, e le esigenze di manovra politica che prevalgono rispetto a quella primaria, fondamentale di offrire al Paese una riforma istituzionale equa, efficace e all'altezza dei tempi.

Perché il punto è anche questo: la riforma deve produrre un sistema istituzionale migliore dell’attuale! Non uno purchessia e che si limiti a garantire un 'vincente' assoluto. Ma un sistema che sia più equo, più efficace, capace di rispondere alla crisi di rappresentanza, al distacco dei cittadini dalla politica, non solo alla volontà di trasformare un semplice premier in un dominus istituzionale. E certo la politica dei due forni non aiuta in questa senso, perché il progetto in discussione si ascrive tutto dentro la manovra politica, quasi bellica, di questa fase, ed esclude una discussione in ampio consesso. Insomma, una cosa è fare un lavoro certosino all’interno di una bicamerale, un’altra è presentare il patto del Nazareno tra soggetti circoscritti come un’operazione unitaria in vista di una riforma costituzionale ampiamente condivisa ed epocale. Sono cose distinte, ben distinte. Almeno lo si sappia.


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28 aprile 2010

Conservatori e rivoluzionari

 

Sul tema “riforme” Berlusconi sarebbe "inaffidabile". Che vuol dire? Che finge soltanto di volerle fare? Se anche fosse, il problema delle riforme dipenderebbe dalle dietrologie berlusconiane, dalla sua conclamata inaffidabilità, oppure dalle effettive necessità di questo Paese? Io propenderei per la seconda, ovviamente. Vi sono ragioni oggettive (sotto gli occhi di tutti) per mettere mano a norme e progetti che rinnovino istituzioni, meccanismi elettorali e redistributivi. Dirò di più: se Berlusconi fosse (come sembra) inaffidabile, questa sarebbe una ragione in più per inchiodarlo, metterlo dinanzi a delle scelte, parlare al Paese, tirare fuori idee più efficaci delle sue (ammesso che ne abbia, dietro gli slogan da comizio). Se è vero che la sinistra vuole modificare “lo stato di cose esistente” (si diceva così una volta), possibilmente senza aspettare un’ora X, non capisco perché si debba passare ogni giorno per esacerbati conservatori. È un mestiere che lascerei volentieri ad altri, quelli che lo fanno per vocazione, per tradizione o per partito preso.

L’antiberlusconismo ci ha trasformati in “resistenti”. Che vuol dire: “io sto qui, fermo, io sono il baluardo che si oppone al vento di chi vuol cambiare tutto”. Strano destino davvero. Siamo nati per mettere mano sfacciatamente ai meccanismi di funzionamento di un mondo ingiusto ed iniquo, e ci ritroviamo orgogliosamente a “resistere”, a conservare ciò che è minacciato. Giusto e meritorio, senz’altro. Ma non può finire qui, non può essere la pura conservazione dell’esistente il destino finale della sinistra italiana. Che è oggi sottoposta a un’erosione continua e al restringimento dei margini del proprio spazio e delle proprie idee (perché “resistere” vuol dire anche rinunciare all’espansione). Non è possibile che questo atteggiamento ci lasci soddisfatti davvero. Ma come? Non funziona più quasi nulla, e noi ci limitiamo a “denunciare” l'arroganza dell’altro? A montare la guardia allo stato di cose esistente? Nasciamo proiettati verso gli interessi del Paese (difendendo così interessi ed aspirazioni della classe operaia) ma oggi ci ritroviamo a ritenere le riforme una trappola? Forse è questo il vero limite della sinistra italiana.


19 aprile 2010

L'artigiano

 

Tanto per ripetermi (perché ripetere giova) torno a dire che il PDL ha perso di fatto le elezioni, che la Lega non ha raccolto quanto avrebbe dovuto e potuto, che le elezioni stesse sono state un sostanziale pareggio (men che mai un’apocalisse democratica, come Veltroni – per dire sempre lo stesso – vorrebbe e gradirebbe, forse), che il PD è ancora cattivo amalgama e raccoglie, purtroppo, quel che semina (e che Bersani ora ha finalmente modo di lavorare con calma ed efficacia attorno al suo progetto).

Chi ha davvero vinto è l’astensione, e dunque la sfiducia e l’antipolitica. La scena oggi risplende della crisi della politica, la fa tralucere più di quanto già non fosse. ‘Crisi della politica’ significa: istituzioni allo stremo, classe dirigente di scarsissima qualità, potere di rappresentanza uguale a zero, sistema politico inefficiente, svuotamento ideale e culturale del Paese. Ecco la vera Apocalissi, caro Uòlter. Ma tu queste cose nemmeno le vedi, convinto come sei che il modello loftist sia quello giusto, che Berlusconi dal punto di vista della comunicazione ha capito tutto, che si tratta solo di raccogliere più voto utile possibile da parte di un comitato elettorale all’americana attorno a un leader che “buca” lo schermo, e che il “bipolarismo” è semplicemente tracciare una linea tra noi e loro, la più netta possibile, al limite dell’astrattezza geometrica, per poi sciommiottarli, perché no, ché tanto sono più bravi di noi.

Ilvo Diamanti, ieri su Repubblica, racconta l’ “insuccesso del Pdl” con dovizia di particolari. Parla di una maggioranza che si divora, che è carnefice di se stessa. Altro che magnifiche sorti e progressive, altro che plebiscitarismo. Zingaretti spiega bene su Avvenire, difatti, che la richiesta di semipresidenzialismo a parità di legge elettorale porcellum, viene da una destra che punta “a una riforma costituzionale che sopperisca al problema di consenso elettorale”, proprio perché non è in corso alcuna loro “fase espansiva”.

La politica è sinonimo di riforme. C’è poco da fare. L’apparente stabilità del terreno è sinonimo di sabbie mobili. Io dico: una riforma che riporti la scelta agli elettori senza cadere nei plebisciti, che produca un bipolarismo che non sia la macchietta di questi anni, che semplifichi la geografia politica senza togliere un sacrosanto diritto di tribuna, che renda più efficienti e rapide le istituzioni rappresentative, che distribuisca in modo equilibrato pesi e contrappesi (ad esempio: se si sceglie di eleggere direttamente il presidente della Repubblica, il Parlamento non può essere figlio del porcellum, e dunque obbediente ai partiti, ma riflettere da presso le opinioni degli elettori).

Si può fare tutto, dunque, ma la condizione essenziale è l’equilibrio. La riforma non è: “qualcuno deve comandare”, ma è: “sistema efficiente ed equilibrato, rispettoso assieme della volontà degli elettori, del diritto di decidere e dei preziosi meccanismi istituzionali delle democrazie occidentali”. È ovvio che Berlusconi questo nemmeno lo considera. Ma qui deve attivarsi l’iniziativa politica. Sugli stop and go del premier. La politica non disegna scenari astratti in laboratorio, per affermare poi ‘o così o pomì’, ma lavora in mezzo alle cose come un bravo artigiano sempre animato, tuttavia, dalle idee di uno geniale scienziato.


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15 aprile 2010

Potere

C’è chi dice che le riforme siano solo una questione nominalistica, una specie di escamotage della classe dirigente per perpetuarsi. Sarà. Se dovessimo giudicare la necessità delle riforme dallo stato in cui versano gli istituti che dovrebbero essere riformati, io direi che esse sono irrinunciabili. Inutile ripetere quanto sia svuotato il Parlamento, ridotto a colabrodo, e quanto iniqua questa legge capace di garantire un potere infinito a Berlusconi, nonostante questo potere egli di fatto non lo abbia, almeno nelle dimensioni plebiscitarie di cui si parla sulla stampa.

Pino Corrias, su Vanity fair (!), ha messo in cifre chiarissime ed esemplificative il dato delle elezioni regionali. Computando a 100 l’elettorato, 40 elettori non hanno votato (tra astenuti, bianche e nulle). Dei restanti 60, 16 hanno votato PDL, 15 PD, 7 Lega, 4 IDV, 3 complessivamente la sinistra radicale, 3 l’UDC, 12 le altre sigle e siglette locali. Tutto qui. La differenza tra il Partito Berlusconiano e il PD è di 1 (UNO) solo elettore su 100. La Lega fa la differenza con i suoi determinanti 7 elettori. Sommati assieme fa 23 (ben sotto i 30 +1 della eventuale maggioranza). La sinistra (seppure in modo variegato e scomposto) totalizza 22. L’UDC (3) è l’ago della bilancia.

Se non fosse per il porcellum, i centrodestri sarebbero traballanti. C’è ancora qualcuno che parla di premier stravincente e di svolta plebiscitaria? Per certi aspetti (divisioni interne, mancanza di idee, promesse vuote seppur reiterate), loro stanno anche peggio di noi. Certo, se Berlusconi sommasse al porcellum anche il semipresidenzialismo saremmo fritti. C’è ancora qualcuno, per il quale le riforme elettorali e istituzionali non siano urgenti? Anzi, non siano vitali? Senza andare al governo, le idee e i punti di programma, per quanto belli ed efficaci, restano lettera morta. Testimonianze. Perché oggi non c’è più il bel regime consociativo di una volta, quando in Parlamento un accordo tra governo e opposizione pure si trovava. Oggi bisogna vincere, meglio se con le idee appropriate invece che con la comunicazione spiccia. La politica è anche potere.

AGGIORNAMENTO delle 18.00. Fini pare abbia minacciato gruppi autonomi. Il conflitto con la Lega si sta trasformando in un conflitto aperto anche con Berlusconi. Ripeto: ma non avevano vinto? A Latina si va verso lo scioglimento del consiglio comunale. Il conflitto tra FI e AN è all'apice. Il Sindaco è stato sfiduciato dai suoi. Ma la Polverini non aveva vinto proprio lì, a Latina? E se Berlusconi avesse perso la sua forza di collante? Se non ce la facesse più a tenere assieme i pezzi del centrodestra? Qui va a finire che quelli si sciolgono prima del PD :-)) Vediamo.


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14 aprile 2010

Non è un paese per riformisti

 

I fronti aperti sono tre. Non necessariamente nell’ordine in cui li cito.

Le riforme (istituzionali e socio-economiche). C’è un bel dire che le riforme sono una trappola, che c’è ben altro da fare, che bisogna andare al sodo, che basta coi formalismi. La verità, sotto gli occhi di tutti, è che lo Stato è a pezzi, le istituzioni sono un colabrodo, l’immagine della politica è deteriorata, la legge elettorale fa schifo (una porcata, appunto) e garantirà lunga vita al berlusconismo, la giustizia italiana (soprattutto quella civile) non funziona, il welfare andrebbe ripensato su basi finalmente rinnovate, Berlusconi per di più è pronto a instaurare una specie di monarchia assoluta (Lega permettendo). Si può far finta di niente. Si può voltare lo sguardo sdegnati. Duri e puri. Integri. E si può perfino gridare al complotto, o all’inciucio, o al dalemismo (te pareva!), il fatto resta. Ci fregano se NON ci occupiamo di riforme, e non invece se ce ne occupiamo con l’attenzione dovuta! Sia chiaro.

Il partito. Allo stato attuale il PD è ancora affetto dalla "Sindrome di Loft". È una specie di comitato elettorale, animato da logiche correntizie (a esser buoni), più pronto allo scambio che alla politica-politica, refrattario alle idee, quasi anonimo. La proposta di Prodi è velenosa, ma è un sasso nello stagno, ed è capace di suscitare dibattito. Cacciari dice che siamo in ritardo di 15 anni, e che un partito federale potrebbe essere la miccia giusta per ripartire su basi nuove. Forse ha ragione. Eppure la sensazione sgradevole è quella di ritornare alle formule astratte, alle locuzioni incomprensibili, all’ombelico del mondo, all’astrattezza. Quando servirebbe esattamente il contrario. Stefano Cappellini sul Riformista dice che l’ennesima discussione sul soggetto sarebbe opera del miglior tafazzismo. Ciò non toglie che Bersani guidi, poveraccio, una macchina con le gomme a terra, quasi senza benzina, coi freni scarichi, la meccanica usurata. Dove può portare una macchina così? Boh.

Le idee e i contenuti. Dopo le 289 pagine del programma dell’Unione, servirebbe qualcosa di più semplice, sintetico, essenziale. E soprattutto servirebbero idee-forza, contenuti sui quali aggregare consenso, punti di programma, e non chiacchiere mediatiche o da conventicola. Il partito non può essere un guscio vuoto, non può affidarsi ai potentati locali, agli scambi, alle relazioni, alle formule di comunicazione. Io DEVO poter associare al partito una o più idee. Questa smania di appiattirsi al centro (terze vie, moderatismo, centrismo, ecc.) è dannosa per un motivo essenziale: si diventa marmellata, si entra in una palude magmatica, si appare più neri delle vacche nere, si rischia l’anonimato, l’anomia, l’indeterminatezza, la liquefazione. Ma non solo agli occhi dei cittadini, persino ai nostri occhi. Il partito è prender-parte ed esser-parte: da ciò deriva logicamente e ineluttabilmente la ricerca di distinzione e di differenza. Senza differenza niente idee. Senza idee niente differenza. Serve determinazione, dunque, soprattutto sul piano dei contenuti. Dopo di che si può discutere con chiunque senza temere nulla. Cossutta (non Follini) una volta disse che si è pronti a qualsiasi compromesso se se si è certi della propria identità e della saldezza delle proprie idee. Ecco.


8 aprile 2010

Ville Arcoré

 

La forma di governo, in ordine di tempo, è l’ultimo oggetto del contendere. Un po’ tutti sentono la necessità di riforme, che appaiono in effetti inderogabili. A Berlusconi per primo, intento tra l’altro a stravolgere di fatto le istituzioni (Parlamento in primis), in attesa di mutarne l’assetto e il ruolo anche da un punto di vista formale. Il premier deve trovare un bandolo che lo conduca indenne al 2013 (o anche prima) con le carte in regole per essere rieletto, oltre l’attuale impasse e la evidente perdita progressiva di aura. L’opposizione sbaglierebbe a restare cieca e muta, limitandosi a segnalare i pericoli dell’operazione (che pure ci sono). L’Aventino sarebbe sostanzialmente un lasciapassare, un pericoloso segnale di impotenza politica.

Il Cavaliere vorrebbe l’investitura popolare, vorrebbe scavalcare le prerogative del Parlamento, per insediarsi al centro del sistema come una specie di Re Sole. Il Presidenzialismo senza (o quasi) contrappesi gli andrebbe benissimo. Se non che, le ultime regionali lo hanno un po’ rintuzzato. La Lega, oggi, è il vero dominus del centrodestra. E Berlusconi, in considerazione di questo, è costretto ad accettare l’offerta di una specie di presidenzialismo dimezzato, un semipresidenzialismo appunto. Si tratterebbe di fatto di una possibile diarchia, di un’eventuale coabitazione tra lui stesso e un possibile referente della Lega a Capo del Governo, Tremonti per dirne uno. Anche messa così, ovviamente, la diarchia resterebbe ancora accettabile, e rientrerebbe perfettamente nel suo disegno di potere, per di più se si lasciasse in vigore il Porcellum, che attenua ulteriormente la capacità di manovra e l’autonomia del Parlamento.

Può la sinistra restare a guardare? Limitandosi soltanto a segnalare i pericoli della situazione? Direi proprio di no. Le riforme sono davvero inderogabili. Purché si salvaguardi il senso della politica, il ruolo del Parlamento, si combatta la deriva populista e si concedano poteri all’esecutivo e al premier senza perciò rimetterci in termini di democrazia effettiva e di tutela delle istituzioni. È difficile, ma lo status quo non esiste e gli altri sono già al lavoro.


7 aprile 2010

Riforme o rivoluzione

 

Invece di baloccarci sul nuovo leader del centrosinistra (esercitazione davvero accademica, visto il tempo che manca alle politiche) o su chi abbia vinto o perso (si tratta di punti di vista, non solo di numeri in sé), sarebbe il caso di togliere lo sguardo dal proprio ombelico e di guardarsi attorno. Le urne ci hanno consegnato la vittoria della Lega e uno scenario del tutto cambiato. Oggi Bossi decide, Berlusconi può solo trattare. Anzi, fa di più, se non ve ne foste accorti: punta direttamente sulla Lega, e tenterà di leghizzare il PDL, facendo perno sulla Padania e suoi nuovi padroni (quasi) assoluti. Fini che pensa di ciò? E l’UDC? La leghizzazione fa saltare tante vecchie strategie centriste, tante rincorse moderate. Oggi c’è un’accelerazione, uno strappo. Berlusconi, d’altra parte, è tipo che non guarda in faccia a nessuno ed è pronto a cambiare idea e strategie pur di conservare il trono. Non è tipo che “contrasta” gli eventi, semmai li cavalca (o tenta di farlo, cercando di non disarcionare), come farebbe il bravo cultore di marketing. La regola del venditore è sempre la stessa: conoscere il cliente e le nuove tendenze, capire come possano essere utilizzate a proprio vantaggio, e poi una soluzione soddisfacente si trova.

La trattativa sul futuro è già aperta. L’esito è quasi scontato e preannunciato: federalismo e riforma dello Stato alle camice verdi, il tema della giustizia al Cavaliere. Oplà. Come dire: fate dell’Italia ciò che volete, io voglio il mio salvacondotto. E il PD? Probabilmente barcollerà sull’esca del semipresidenzialismo, che significa di fatto costruire una “diarchia” ai vertici dello Stato: Berlusconi al Quirinale, Tremonti (o chi per lui) al Governo. Ma non è ancora chiaro se la eventuale legge elettorale sarà a doppio turno, e come sarà possibile conciliare il forte potere centrale insito nella “diarchia” col federalismo leghista, nonché la Padania col neomeridionalismo alla Lauro. Sono problemi della destra, a cui dobbiamo guardare con attenzione, certo, ma guai a puntare solo sulle contraddizioni altrui. Serve un progetto, servono idee, serve il coraggio di enunciarle tra i cittadini. Una cosa è certa: stavolta fanno sul serio e toccherà dire dei “si” e dei “no”. Non si scappa. Le riforme ci toccano, ci provocano, chiedono risposte. Al comunismo penseremo poi. Con comodo.


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18 gennaio 2010

Il Parlamento

 

Da giovane pensavo che il massimo sviluppo della democrazia fosse nella creazione di organismi consiliari, di quartiere o di fabbrica, con poteri decisionali “dal basso”, come si diceva. La “rappresentanza” sembrava quasi una parolaccia. Si diceva “delega”, e non era un bel dire. Il Parlamento doveva essere considerato un organismo di supplenza e coordinamento rispetto a quelli di democrazia diretta. Altri tempi davvero.

Oggi la vera emergenza politica è ancora il ruolo del Parlamento, ma in senso quasi opposto. Il vuoto che sentiamo attorno è generato proprio dall’assenza di un solido contributo parlamentare. La democrazia che ci veste è un abito lacero, di pura apparenza, senza più il contributo essenziale delle istituzioni rappresentative. Siamo un regime parlamentare quasi senza più un Parlamento. E il bello è che la maggioranza dei cittadini non ne soffre affatto, anzi. La frase più gettonata è “poche chiacchiere”, e poi “ci vuole rapidità”. Si chiedono decisioni veloci, senza troppe mediazioni, divenute ormai sinonimo di inciucio, accordo sottobanco, partitocrazia. Il Parlamento è quasi un disvalore.

La responsabilità di questo andazzo è di tutti: da destra a sinistra. Di chi vuole il Governo forte senza contrappesi. Di chi sbraita di partitocrazia. Di chi spara decreti e fiducie come se fossero acqua fresca. Di chi vorrebbe le mani libere. Di chi sostiene che la politica è una porcata. Il vuoto politico, così, coincide in primis col vuoto parlamentare e istituzionale.

Sappiamo invece che la democrazia, quando è tale ed è solida, non può prescindere dal Parlamento, che è il primo contrappeso istituzionale ai potentati di ogni natura. Che è il luogo nel quale i dibattiti politici avvengono nella trasparenza e nella garanzia che tutti possano sapere e vedere. Senza Parlamento è il deserto della politica. E domina il potere-potere.

Simonetta, nei commenti al precedente post, si chiedeva quale fosse la ricetta per ovviare a questo andamento pernicioso. La soluzione ci sarebbe. Si chiama democrazia delle istituzioni e della trasparenza, delle mediazioni e del confronto pubblico, del dibattito e della rappresentanza, dei partiti e delle idee.

Il populismo è una scorciatoia inutile, inefficace e pericolosa, e io non conosco nessuna democrazia senza partiti e senza politica. Non credo, d’altra parte, che una nuova democrazia parlamentare di tal tipo possa sorgere dal nulla delle nostre chiacchiere, per quanto avvedute e ispirate. Io credo che servano delle riforme, il più possibile condivise, trattandosi di regole. Ha detto bene Bersani: l’urgenza delle riforme è data dalle controriforme striscianti che passano nel frattempo, e che modificano il panorama istituzionale mentre la sinistra intona il classico psicodramma. Ogni giorno che passa siamo tutti meno liberi. Senza un terminale istituzionale centrale, rappresentativo ed equilibratore, tutto il sistema muore. Che almeno lo si sappia.


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